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	<title>Nunzia De Vivo &#8211; La Città Flegrea</title>
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	<title>Nunzia De Vivo &#8211; La Città Flegrea</title>
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		<title>Al Museo diocesano la Madonna di Costantinopoli restaurata. Oggi il convegno col vicesindaco, il vescovo e i docenti universitari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nunzia De Vivo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 15:21:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi, presso il Museo Diocesano di Pozzuoli, alle ore 16,30, sarà presentato il dipinto “Madonna di Costantinopoli”, ritrovato a Soccavo e sottoposto a restauro. Sarà presente l’assessore alla Cultura del Comune di Pozzuoli, Filippo Monaco, il vescovo Carlo Villano, il presidente della municipalità Pianura – Soccavo, Andrea Saggiomo, il docente dell’Università L’Orientale, Giuseppe Porzio, e &#8230;<p class="read-more"> <a class="" href="https://www.lacittaflegrea.it/2024/03/21/al-museo-diocesano-la-madonna-di-costantinopoli-restaurata-la-tavola-rotonda-col-vicesindaco-il-vescovo-e-i-docenti-universitari/"> <span class="screen-reader-text">Al Museo diocesano la Madonna di Costantinopoli restaurata. Oggi il convegno col vicesindaco, il vescovo e i docenti universitari</span> Leggi altro &#187;</a></p>]]></description>
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<p>Oggi, presso il Museo Diocesano di Pozzuoli, alle ore 16,30, sarà presentato il dipinto “Madonna di Costantinopoli”, ritrovato a Soccavo e sottoposto a restauro. Sarà presente l’assessore alla Cultura del Comune di Pozzuoli, <strong>Filippo Monaco</strong>, il vescovo <strong>Carlo Villano</strong>, il presidente della municipalità Pianura – Soccavo, <strong>Andrea Saggiomo</strong>, il docente dell’Università L’Orientale, <strong>Giuseppe Porzio</strong>, e le restauratrici di Studio Ermes e Ambra restauri. </p>



<p>&nbsp;La tela è stata attribuita dal prof. Giuseppe Porzio, docente di Storia dell’arte moderna presso l’Università Orientale di Napoli, a Massimo Stanzione, per diverso tempo attivo anche a Pozzuoli in quanto coinvolto, insieme alla pittrice Artemisia Gentileschi e a Giovanni Lanfranco, nella decorazione pittorica della cattedrale di<strong> </strong>Pozzuoli. L’artista ritrae la Vergine col bambino incoronata da due angeli e testimonia il culto professato nei confronti di Maria Vergine, molto diffuso nel Regno di Napoli, a partire dalla peste del 1526.&nbsp;</p>



<p>Massimo Stanzione, figura di rilievo del Seicento napoletano, nasce nel 1555 nella provincia di Napoli, tra Frattamaggiore ed Orta di Atella. Fu un grande artista del seicento italiano, tanto da aggiudicarsi l’appellativo di “Guido Reni napoletano”. Si formò presso il pittore manierista Fabrizio Santafede e iniziò la sua attività artistica in età avanzata, ottenendo le prime committenze nel 1615. Tra il 1617 e il 1618 soggiornò a Roma, impegnato nella chiesa di Santa Maria alla Scala. Qui entrò in contatto con le tele di Caravaggio, dei Carracci e del Reni. L’influenza subita dall’opera del Merisi fu moderata e comunque non avvenne per contatto diretto col pittore poiché, quando Caravaggio soggiornò a Napoli, Stanzione era poco più che ventenne e non ancora avviato alla carriera artistica. A Roma tornò diverse volte, ottenendo importanti riconoscimenti (i titoli dello «Speron D’oro» e dell’«Ordine di Cristo»), fino al 1630, quando si stabilì definitivamente a Napoli. Nello stesso anno vi si trasferì Artemisia Gentileschi, con la quale instaurò un importante sodalizio lavorativo basato sulla stima reciproca. Questo rapporto artistico a quanto pare fu anche significativo nella crescita artistica dell’artista, una sorta di &#8220;apprendistato informale&#8221;; sembra infatti che il pittore napoletano accompagnasse la collega per osservarla mentre dipingeva. Diverse volte collaborarono anche in alcune opere come la <em>Nascita di San Giovanni Battista</em> per re Filippo IV in Palazzo del Buon Retiro. Molti scritti testimoniano che fu un caposcuola e che trovò subito un discreto seguito in seno all’ambiente artistico della città di Napoli. Alla sua scuola infatti aderirono moltissimi allievi e, rappresentando un punto di riferimento culturale, portò a sé anche pittori come Filippo Vitale e Francesco Guarino, che agli esordi della loro attività si erano addentrati nel solco della tradizione naturalista. Prima di questa data dipinse la <em>Pietà</em> di Palazzo Barberini a Roma (1623) e il <em>Sacrificio di Mosè </em>di Capodimonte (1628-30). Gradualmente si allontanò dal naturalismo caravaggesco e si accostò al morbido classicismo della scuola emiliana  A questo periodo appartengono le pale d’altare del Duomo di Pozzuoli (1635-37), gli affreschi nella chiesa Gesù Nuovo (1639-40), le decorazioni nelle cappelle di san Bruno (1631-37) e di san Giovanni Battista (1644-45) nella Certosa di San Martino.&nbsp;<br>Gli ultimi anni segnarono una evidente apertura verso il “nuovo” stile barocco, interrotta bruscamente dalla morte, sopraggiunta durante la terribile epidemia di peste che, nel 1656,  flagellò la città di Napoli.&nbsp;</p>



<p>.&nbsp;</p>



<p>due come un &#8220;apprendistato informale&#8221;. Il pittore napoletano sembra che accompagnasse la collega per osservarla mentre dipingeva. Diverse volte collaborarono anche in alcune opere come la <em>Nascita di San Giovanni Battista</em> per re <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_IV_di_Spagna" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Filippo IV</a> in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_del_Buon_Ritiro" target="_blank" rel="noreferrer noopener">palazzo del Buen Retiro</a>.&nbsp;</p>



<p>Dove sia morto l&#8217;artista non si sa con certezza, se in una sua dimora all&#8217;Ascensione o in un&#8217;altra sua abitazione alla Carità<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Stanzione#cite_note-4" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><sup>[4]</sup></a>. Appare comunque evidente che, come accadde per altri pittori napoletani morti nello stesso anno, le cause sono da ricercare nell&#8217;epidemia della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Peste_del_1656" target="_blank" rel="noreferrer noopener">peste del 1656</a>.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>La storia. I tesori di Pozzuoli e il coraggio di Artemisia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nunzia De Vivo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 14:58:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Area Flegrea]]></category>
		<category><![CDATA[artemisia]]></category>
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					<description><![CDATA[Presso il Duomo di Pozzuoli, dedicato al patrono della città San Procolo martire, sono custodite&#160; tre meravigliose opere dell’artista Artemisia Gentileschi. Ma chi è Artemisia?&#160; È una pittrice italiana dalla forte personalità nata a Roma l’8 luglio del 1593, figlia di Orazio Gentileschi, dal quale eredita la passione per la pittura. La sua biografia, la &#8230;<p class="read-more"> <a class="" href="https://www.lacittaflegrea.it/2024/03/18/la-storia-i-tesori-di-pozzuoli-e-il-coraggio-di-artemisia/"> <span class="screen-reader-text">La storia. I tesori di Pozzuoli e il coraggio di Artemisia</span> Leggi altro &#187;</a></p>]]></description>
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<p>Presso il Duomo di Pozzuoli, dedicato al patrono della città San Procolo martire, sono custodite&nbsp; tre meravigliose opere dell’artista Artemisia Gentileschi. Ma chi è Artemisia?&nbsp;</p>



<p>È una pittrice italiana dalla forte personalità nata a Roma l’8 luglio del 1593, figlia di Orazio Gentileschi, dal quale eredita la passione per la pittura. La sua biografia, la sua forza interiore, il suo espressivo e crudo linguaggio pittorico, oltre che la sua determinazione nell’affermare il suo genio artistico, fanno di questa pittrice un simbolo del femminismo internazionale<strong>.&nbsp;</strong> Ciò per due motivi: il primo riguarda la sua formazione. Infatti, sebbene nel ‘600 l’arte pittorica sia ancora appannaggio quasi esclusivo degli uomini, Artemisia Gentileschi fin da piccola riesce ad apprendere, presso la bottega paterna, le tecniche pittoriche basilari imparando a disegnare, ad impastare i colori e a dar lucentezza ai dipinti. Negatale la possibilità, in quanto donna, di entrare all’Accademia di Roma, matura la sua esperienza nella bottega paterna. Il secondo motivo che fa di Artemisia un esempio di coraggio e di determinazione, è l’aver affrontato il tribunale dell’Inquisizione&nbsp; in seguito alla denuncia presentata dal padre dello stupro da lei subito da Agostino Tassi, un suo amico, anch’egli pittore, a cui era stata affidata per completare la sua formazione artistica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È il 14 maggio 1612 quando mezza Roma accorre nelle aule per assistere al processo in cui Artemisia coraggiosamente sostiene l’interrogatorio mirato ad appurare la veridicità della denuncia, sfidando l’arroganza e la violenza dell’uomo che l’aveva stuprata. Ancora traumatizzata dall’abuso sessuale, pur di ottenere giustizia, si sottopose ad un interrogatorio sotto tortura. Il supplizio scelto fu quello “dei sibili” e consisteva nel legare le dita delle mani con delle cordicelle che venivano strette sempre di più fino a stritolare le falangi. Ma Artemisia, decisa a rivendicare i suoi diritti, non ritrattò la sua deposizione. Dovette tuttavia allontanarsi da Roma per sottrarsi allo scandalo che aveva coinvolto lei e la sua famiglia. Recuperato l’uso delle mani, fu attraverso la pittura che riuscì ad alleviare il dolore e l’umiliazione subita.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Attraverso le sue opere, dunque, osservando la potenza delle sue pennellate, è possibile&nbsp; cogliere l’intensità delle esperienze fatte nel corso della sua vita.&nbsp;</p>
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